C’è una frase che risuona come un campanello d’allarme in un mondo di continui segnali acustici: “tutto ciò che non è già televisione sta diventando televisione”. A pronunciarla è Derek Thompson, gettando uno sguardo lucido e spietato sulla metamorfosi finale dei nostri media.

I numeri di Meta sono la radiografia di questo cambiamento: solo il 7% del tempo su Instagram è dedicato ai contenuti degli amici. Il restante 93% è un flusso ininterrotto di video di sconosciuti, selezionati da un algoritmo sempre più onnisciente e persuasivo. La conclusione è inevitabile: Instagram non è più un social network. È televisione. Televisione personalizzata, on-demand, ipersensibile ai nostri tic, ma televisione.

TikTok, YouTube, Facebook: sono tutti convergenti verso lo stesso punto. Uno schermo che scorre. Ore di volti e voci che non conosceremo mai, in un flusso che non ha inizio né fine – ciò che il sociologo Raymond Williams chiamava, profeticamente, “flow”. Dovevano connetterci, questi strumenti. Ora servono principalmente a riempire il silenzio, a occupare ogni spazio mentale vuoto.

La mutazione è contagiosa e persino l’ultima frontiera, l’intelligenza artificiale, ne è attratta. Strumenti come Sora o Vibes promettono feed infiniti di video generati all’istante: contenuti che non nascono da un’esperienza umana, ma esistono solo per occupare spazio e tempo. Non è più l’uomo che crea per comunicare. È la macchina che produce per intrattenere.

Thompson offre la chiave per comprendere questa deriva: il concetto di “attrattore”. In matematica, è il punto verso cui un sistema complesso tende inevitabilmente, come una biglia che vortica in una ciotola fino a fermarsi al centro. La televisione – intesa come logica dello spettacolo continuo, del flusso emozionale passivo – si è rivelata l’attrattore di tutti i media digitali.

Il problema, come sottolinea l’autore, è che “questo flusso non costruisce. Consuma”. E qui sorge una domanda inquietante, giocando sull’etimologia della parola “feed” (nutrimento): siamo noi a nutrirci del feed, o è il feed che si nutre di noi, della nostra attenzione, del nostro tempo, della nostra capacità di concentrazione?

La storia sembra ripetersi in una parabola tragica. Negli anni ’90, Robert Putnam notò che gli americani, guadagnate sei ore di tempo libero a settimana, le avevano regalate alla televisione. Oggi, abbiamo più connessioni che mai, eppure ci sentiamo più soli. Abbiamo possibilità di comunicazione infinita, ma abbiamo smarrito l’arte dell’ascolto. Abbiamo strumenti di creazione potentissimi in tasca, ma meno voglia di pensare in profondità.

La logica della televisione-attrattore amplifica tutto questo. La sua legge fondamentale è: non spiegare, emoziona. Non argomentare, stupisci. Non pensare, reagisci (con un like, un commento, una share).

Quando tutto diventa televisione, tutto diventa spettacolo. La politica si riduce a teatro. La scienza a storytelling. L’informazione a performance. E in questo adattamento progressivo, stiamo perdendo qualcosa di inestimabile e senza nome. Non è solo intelligenza critica. È interiorità. La capacità di sentire dentro, non solo di reagire a stimoli esterni. La capacità di restare fermi, di annoiarsi, di coltivare un pensiero inutile, lento, non monetizzabile.

Per questo ho voluto occuparmi della curation di contenuti motivazionali, per sfuggire alle logiche dell’intrattenimento fine a se stesso. Io non voglio tenervi incollati dentro questo sito all’infinito, so bene che potrebbe esserci anche questo rischio, voglio che attraverso qualche contenuto scatti in voi qualcosa, che si sprigioni un’azione. Voglio che tu ti nutra del feed e non sia il feed a nutrirsi di te.