Gli umani passano gran parte della loro vita ad aspettare che tutto finisca, ma nel mentre cercano affannosamente qualcosa, all’esterno, che li renda felici.

Un promessa di felicità che la società del consumismo riversa dentro gli oggetti il cui possesso garantisce una breve ed effimera soddisfazione, per poi ricominciare a cercare qualcosa di nuovo, qualcosa che ancora non abbiamo.

Intorno a tutto questo ruota questo video che descrive la vita di un topo, insieme a milioni di altri topi, alla ricerca del suo posto nel mondo, alla ricerca della felicità a tutti promessa ma a (quasi) tutti negata.

L’Inganno dell’Abbondanza: Perché la Felicità Non è Nel Carrello della Spesa

In un mondo che misura il progresso in PIL e il successo in possessi, inseguiamo la felicità come un miraggio. Ogni nuova pubblicità ci promette che l’ultimo modello, l’abito firmato, la smart TV gigantesca, la macchina più veloce saranno finalmente la chiave per la serenità. Eppure, nonostante gli scaffali straripanti e le case piene di oggetti, un’inquietudine di fondo persiste. Perché la ricerca incessante della felicità attraverso il consumismo è, per sua natura, un percorso senza arrivo.

Proprio come i ratti di questo corto animato, si viene indirizzati in un labirinto dove ogni oggetto, ogni scritta, è una promessa di felicità. Un po’ come quando si deve per forza attraversare gli shop dell’aeroporto, prima di arrivare al check-in.

Il Paradosso della Scelta Illimitata

Il consumismo si basa su un meccanismo insidioso: trasforma i desideri in bisogni. Quello che ieri era un lusso inaccessibile oggi diventa indispensabile, e domani sarà già superato. Questo ciclo perpetuo crea una felicità effimera, concentrata nell’attimo dell’acquisto – la cosiddetta “scarica di dopamina” – seguita rapidamente dall’adattamento edonistico. L’oggetto perde il suo splendore, diventa normale, e il vuoto ritorna, pronto per essere riempito con la prossima novità sul mercato.

La Felicità come Prodotto di Mercato

L’industria della pubblicità non vende prodotti, ma narrazioni di vita ideale. Quella borsa non è pelle e metallo, è l’immagine di una donna sicura e ammirata. Quell’auto non è un mezzo di trasporto, è il simbolo della libertà e del successo. Acquistiamo storie, identità, promesse di appartenenza. Ma quando la transazione è conclusa, ci ritroviamo con un oggetto e la stessa identità di prima, mentre la vera felicità – fatta di significato, connessioni autentiche, crescita personale – rimane intangibile.

L’Ultimo Approdo di un Mondo Effimero

Alla fine, quando tutta questa ricerca e questi oggetti si palesano per quello che sono, sogni effimeri, ecco che si cade nel vuoto di senso.

Come uscirne, allora?

Ebbene, anche qui ci vengono incontro altre promesse di felicità, le ultime e le più subdole, quelle che ci consentono, almeno per un po’, di sfuggire dalla trappola delle nostre vite mediocri e concederci attimi di “felicità”, la felicità degli oppressi.

Ecco allora giungere all’uso di alcol e droghe, pasticche di ogni natura, che ci consentano almeno di non vedere la nostra situazione reale e ci trasportino in un mondo allucinato ed illusorio.

La caduta/uscita da questo stato, è ancora più dolorosa e spesso irrecuperabile.

La scena dell’ascensore mostra come tutti corrano dietro a qualcosa ma quando c’è, non dai a quella cosa alcun valore: la vita è come una corsa per topi o piuttosto come una ruota per criceti.

Alla fine il “sistema” ti mette in trappola nuovamente per fare di te l’automa che forse sei sempre stato.

Per fortuna la nostra vita non è come quella di questi topi, non è vero? 😉